domenica, Aprile 6, 2025

L. Gevaert & Cie

Lieven Gevaert, nato nel 1868 a Antwerp, iniziò la sua carriera come apprendista in una piccola officina di produzione di carta baritata, materiale allora utilizzato per stampe artistiche e mappe tecniche. Nel 1890, a soli 22 anni, aprì un laboratorio autonomo specializzato in carta alla gelatina bromuro d’argento, un supporto rivoluzionario per l’epoca che permetteva sviluppi fotografici più rapidi e stabili rispetto alle tecniche al collodio umido. La scelta di concentrarsi su prodotti per la fotografia professionale fu strategica: mentre giganti come Kodak dominavano il mercato consumer, Gevaert individuò un nicchia nel settore tecnico-scientifico.

Nel 1894, con il sostegno finanziario del banchiere Armand Seghers, Gevaert trasformò la sua attività in una società per azioni denominata L. Gevaert & Cie, con un capitale iniziale di 20.000 franchi belgi. La prima sede produttiva fu stabilita nel quartiere di Borgerhout ad Anversa, dove vennero installati due macchinari chiave: una calandra a vapore per la stesura uniforme degli strati di gelatina e un tamburo rotante per il trattamento chimico dei fogli. Questi dispositivi, all’avanguardia per l’epoca, permisero di produrre carte fotografiche con una tolleranza di spessore inferiore al micron, un requisito critico per garantire esposizioni omogenee.

Il prodotto di punta dei primi anni fu la carta al cloruro d’argento Gevaert Type B, caratterizzata da un’emulsione a contrasto variabile. A differenza delle carte contemporanee, che richiedevano tempi di esposizione fissi, la Type B permetteva ai fotografi di modulare il contrasto attraverso il controllo della temperatura di sviluppo, una funzionalità resa possibile dall’aggiunta di tiocianato di potassio nella formulazione chimica. Questo approccio innovativo attirò l’attenzione di osservatori astronomici e laboratori di ricerca, che adottarono la carta Gevaert per documentare esperimenti e fenomeni celesti.

Nel 1897, l’azienda compì un salto tecnologico introducendo la carta alla cellulosa, un supporto flessibile e resistente all’umidità derivato dalla lavorazione del cotone idrofilo. Questa innovazione risolveva il problema delle deformazioni termiche che affliggevano le carte baritate tradizionali, soprattutto nelle applicazioni di microscopia e micrografia. Per garantirne la stabilità dimensionale, Gevaert sviluppò un processo di vulcanizzazione a caldo che cross-linkava le fibre di cellulosa, ottenendo un materiale con coefficiente di espansione termica pari a 0,0015 mm/°C – un valore rimasto insuperato fino agli anni ’30.

Il successo commerciale spinse Gevaert a espandere la produzione: nel 1904 l’azienda trasferì gli impianti a Mortsel, sobborgo di Anversa, in un complesso industriale dotato di una centrale elettrica autonoma e di un sistema di depurazione delle acque di scarico. Questo investimento infrastrutturale fu cruciale per standardizzare la qualità dei prodotti, eliminando le fluttuazioni di tensione e le impurità chimiche che potevano alterare le emulsioni.

Innovazioni nelle emulsioni e nelle pellicole (1905-1939)

Con il nuovo secolo, L. Gevaert & Cie ampliò il suo catalogo verso i materiali sensibili per pellicole, settore dominato da aziende tedesche come Agfa e americane come Kodak. La svolta avvenne nel 1908 con il lancio della pellicola pancromatica Gevaert Ortho, la prima in Europa a utilizzare sensibilizzatori all’eritrosina per estendere la risposta spettrale fino ai 600 nm. Questo sviluppo permise di riprodurre tonalità rosse e arancioni con fedeltà senza precedenti, rivoluzionando la fotografia di ritratto e paesaggio.

La Ortho si basava su un supporto in nitrato di cellulosa di spessore 0,12 mm, rivestito con un’emulsione a grana fine (diametro medio 1,2 μm) contenente bromuro d’argento e gelatina bovina idrolizzata. Per prevenire l’infiammabilità del nitrato, Gevaert introdusse un additivo plastificante a base di tricresilfosfato, riducendo il rischio di combustione spontanea del 70% rispetto ai prodotti concorrenti. La pellicola era disponibile in formati da 35 mm a 30×40 cm, con sensibilità equivalente a ISO 12 secondo gli standard moderni.

Nel 1912, l’azienda affrontò una sfida tecnica cruciale: migliorare la stabilità degli strati sensibili nelle condizioni umide delle camere oscure tropicali. La soluzione arrivò con l’emulsione Gevaert Tropica, contenente un agente antimuffa derivato dal mercurio cianato e un legante a base di collagene di pesce. Questa formulazione, brevettata in 12 paesi, garantiva una shelf life di 5 anni anche al 90% di umidità relativa, conquistando mercati coloniali in Africa e Sudest asiatico.

Gli anni ’20 videro Gevaert protagonista nella standardizzazione dei processi di sviluppo. Nel 1925 l’azienda pubblicò il Manuale Gevaert per il Controllo Chimico, un testo di 300 pagine che definiva protocolli quantitativi per misurare pH, densità ottica e attività dei bagni di fissaggio. Il manuale introduceva concetti innovativi come il tempo di dimezzamento del fissaggio (T½), ancora oggi utilizzato nell’industria fotografica.

Il culmine della ricerca Gevaert sugli emulsioni si raggiunse nel 1936 con la pellicola a colori Gevacolor, basata sul processo subtractive a tre strati. Ogni strato conteneva grani d’argento sensibilizzati a una specifica banda cromatica (blu, verde, rosso) e accoppiatori cromatici derivati da composti fenilendiamminici. Sebbene meno nota della contemporanea Agfacolor-Neu, la Gevacolor offriva una migliore resistenza all’ingiallimento grazie all’uso di stabilizzatori al benzotriazolo, diventando lo standard per archivi storici e museali.

Collaborazioni con il mondo scientifico e militare

La reputazione di Gevaert come produttore di materiali di precisione attirò collaborazioni con istituzioni accademiche e governative. Nel 1923, l’Osservatorio Reale del Belgio commissionò all’azienda una serie di lastre astrografiche AGK3 per il catalogo stellare fondamentale FK3. Queste lastre in vetro borosilicato, spesse 3 mm e rivestite con un’emulsione al cristallo violetto, presentavano una sensibilità spettrale ottimizzata per la riga H-alpha (656 nm), permettendo di registrare stelle fino alla 13a magnitudine con esposizioni di 20 minuti.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Gevaert fu coinvolta nello sforzo bellico tedesco, producendo pellicole per ricognizione aerea con emulsioni infrarosso-sensibilizzate. Il modello Luftwaffe Type G, sviluppato nel 1941, utilizzava un sensibilizzatore a base di cianina per catturare immagini attraverso foschia e fumo, con una risoluzione di 120 linee/mm. Le pellicole erano montate in caricatori ermetici in alluminio, progettati per resistere a pressioni fino a 10 atm durante le alte quote.

Nel dopoguerra, Gevaert si concentrò su applicazioni mediche, lanciando nel 1947 la pellicola radiografica Structurix, caratterizzata da uno strato di tungstenato di calcio come scintillatore. Questa pellicola riduceva la dose di raggi X necessaria del 40% rispetto ai prodotti concorrenti, diventando un riferimento in ortopedia e odontoiatria. Il successo fu amplificato dall’introduzione nel 1952 delle lastre Scientia, utilizzate in fisica nucleare per registrare tracce di particelle subatomiche.

Sviluppo di carte e prodotti per la stampa

Parallelamente alle pellicole, Gevaert mantenne una leadership nel mercato delle carte fotografiche. La Brovira, introdotta nel 1938, rivoluzionò la stampa in bianco e nero grazie a un’emulsione a due strati: uno superiore ad alto contrasto (gamma 2,5) e uno inferiore a basso contrasto (gamma 1,8), separati da un filtro giallo removibile. Questo design permetteva di regolare il contrasto finale attraverso il tempo di esposizione, anticipando le carte a gradazione variabile degli anni ’60.

Nel 1955, Gevaert lanciò la Portiga Rapid, prima carta resinata (RC – Resin Coated) al mondo. Il supporto, composto da un nucleo in polietilene espanso rivestito da ossido di bario, offriva tempi di asciugatura ridotti del 70% rispetto alle carte baritate tradizionali. La superficie era trattata con un sottile strato di biossido di silicio per migliorare la nitidezza, raggiungendo una risoluzione di 200 linee/mm.

Un’innovazione meno nota ma cruciale fu lo sviluppo nel 1949 del sistema Gevaluxe per stampe a colori su carta. Basato su un processo di trasferimento a sublimazione, Gevaluxe utilizzava coloranti azoici termostabili per produrre immagini con una gamma cromatica del 30% più ampia rispetto alle tecniche a sviluppo chimico. Sebbene commercialmente eclissato dal Cibachrome, questo sistema trovò applicazione in ambito militare per la produzione di mappe topografiche a colori.

La fusione con Agfa e l’eredità tecnologica

La crescente concorrenza di Kodak e il costo della ricerca sulle emulsioni a colori spinsero Gevaert verso una fusione con Agfa nel 1964. L’accordo creò due entità distinte: Agfa-Gevaert NV in Belgio e Gevaert-Agfa AG in Germania, con un trasferimento tecnologico bidirezionale. Gevaert contribuì al joint venture con i suoi brevetti sulle resine poliestere per supporti fotografici e sul processo di stabilizzazione TAS (Terminal Acid Stabilization), ancora utilizzato nelle carte inkjet.

Nei decenni successivi, l’ex sito produttivo di Mortsel divenne un centro di eccellenza per lo sviluppo di materiali avanzati, tra cui le pellicole Agfachrome RSX per cinematografia professionale e i sistemi di stampa Lithostar per l’industria grafica. L’eredità di precisione chimica e innovazione materiale di Gevaert continua a influenzare settori come la radiografia digitale e i rivestimenti funzionali per schermi LCD.

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